L’autore Marco S. A. Mazzinghi si racconta: come nascono i suoi romanzi

 

Abbiamo incontrato Marco Saverio Alessandro Mazzinghi, tre nomi e un cognome per l’autore di tre romanzi usciti tutti nel suo anno d’oro, il 2023. Si è raccontato a cuore aperto ed è venuta fuori una bella chiacchierata, con spunti di riflessione per chi scrive e per i lettori.

 

Come nasce l’idea di un romanzo come “Adamo Busoni, tre passi indietro” che porta il lettore a rivivere momenti cruciali della nostra storia passata?

L’idea nasce seguendo una predisposizione naturale che ho fin da bambino. Vivevo costantemente a braccetto con la fantasia, e spesso trasformavo la realtà a mio piacimento. La storia è sempre stata una sfida per costruire situazioni parallele al normale flusso degli eventi senza mutarne il percorso naturale. Adamo Busoni è il veicolo delle emozioni che un testo storico fatica a trasmettere, è l’osservatore diegetico che cammina fra gli spazi degli episodi appartenenti al nostro passato per viverli insieme al lettore.

 

Come hai scelto proprio quei “tre passi indietro”? Perché Cosimo de Medici, Villa Mansi e Matilde di Canossa?

Avevo diverse candidature perché sono un amante della storia, ma alla fine ha prevalso la mia toscanità. Canossa è un’eccezione, ma considerando l’estensione dei suoi feudi, che comprendevano anche la Toscana, l’ho inserita comunque.

 

Da quanto tempo sei appassionato di storia? Continui a studiarla?

Sono un appassionato da sempre. I pochi libri scolastici che riuscivo a leggere con interesse trattavano la storia. Ho coltivato la passione nel corso degli anni, anche se il percorso di studi e soprattutto il mio ambito lavorativo mi hanno spinto sempre fuori dal contesto. Oggi ho molto più tempo per dedicarmi alla ricerca di aneddoti particolari, intriganti e magari conosciuti solo da pochi. Cerco la perla dentro le ostriche, insomma, il caso raro che sfugge a chi vive di altre culture alternative alla storia.

 

In quale epoca storica sarebbe piaciuto vivere? E perché?

Non ho un periodo particolare, però l’epoca dei grandi esploratori mi ha sempre affascinato. Vivere per mesi dentro barche che spesso non superavano i venti metri e sprovviste di qualsiasi comfort moderno mi incuriosisce sotto diversi punti di vista. Mi sarebbe piaciuto viverlo, magari da Capitano. I miei preferiti sono Amerigo Vespucci, Ferdinando Magellano e Giovanni da Verrazzano.

 

È sorprendente la verosimiglianza dei dialoghi e la lingua dell’epoca usata dai personaggi. Come ti sei preparato per questo? 

Siamo i discendenti diretti di Dante Alighieri, mi piace pensare che forse qualcosa di genetico sia intervenuto durante la scrittura. Certamente non è così, ma comunque la lettura del poeta fiorentino ha avuto una forte rilevanza, bene o male. Terza, quarta e quinta liceo sono dedicate alle tre cantiche della Divina Commedia. Tutto questo ho cercato di miscelarlo con quanto appreso nelle opere del Boccaccio e del Petrarca, dandogli poi un tocco di poesia meta semantica di Fosco Maraini. Spero di essere riuscito quantomeno a far ridere qualcuno.

 

Quanto c’è di te nel professore Adamo Busoni? Come hai costruito questo personaggio? Pensi di farlo diventare un personaggio seriale?

Adamo Busoni è la combinazione di due cognomi: uno del mio professore di filosofia al liceo, Adamo appunto, l’altro, Busoni, della mia professoressa di matematica. Non sono mai stato uno studente brillante, tutt’altro. Ma mentre a filosofia superavo la sufficienza con la matematica perdevo pezzi ovunque… Ah, dimenticavo! Ho frequentavo uno scientifico. Certamente Adamo mi somiglia: l’età, la passione per la moto, l’amore per i cani. Lui è l’uomo dei miei desideri: i realizzati e gli altri che, per ora, sono solo una sua prerogativa. L’idea è di scrivere una trilogia… ci sto già lavorando.

 

Scrivi al presente e la tua narrazione sembra una sceneggiatura cinematografica. Il tuo lavoro come produttore quanto ha influenzato il tuo modo di scrivere?

L’utilizzo del tempo presente per la scrittura e verosimilmente in prima persona serve a far immedesimare il più possibile il lettore, catapultandolo nel vivo della narrazione e obbligandolo a seguire in “prima persona” la trama ideata dallo scrittore. Una definizione classica del metodo che uso, un metodo importato dalla mia seconda (o parallela) attività di sceneggiatore.

 

Quando hai deciso di cominciare a scrivere? Cosa ti ha spinto? La lettura di un libro particolare o cos’altro?

Tre anni fa, un pomeriggio, è passata nella mia testa quasi tutta la storia di “Lo giuro”, il mio primo libro. L’ho terminato in due mesi. Ho immagazzinato tante situazioni nella memoria che il mio archivio correva il rischio di esplodere. Quando ho aperto un foglio, ancora bianco, le parole sono cadute da sole traboccando da uno spazio ormai saturo. Ritengo che il cambio radicale di abitudini durante il Covid abbia influito tanto. D’improvviso mi sono trovato a pensare a cosa volessi e non a cosa dovessi fare.

 

Hai una disciplina nella scrittura?

Scrivo in maniera costante, ho periodi in cui vado come un treno, altri invece in cui uso la ciclabile. Non sono un gran lettore di narrativa, sono più attratto da testi tecnici.

 

Ho letto un post divertente sul tuo account Instagram “5 cose che non faccio quando scrivo”… è tutto vero?

Non chiedo silenzio, lo esigo.

Non mangio e non bevo vicino alla tastiera.

Non passo da un testo a un altro nella stessa giornata.

Non rispondo a domande su cosa sto facendo (tu sei una eccezione).

Non chiudo mai il PC senza aver riletto tutto.

È tutto vero, ma spesso aggiungo o cambio le mie regole.

 

Quando scrivi parti dal protagonista, da un’idea, dalla trama o da che cosa?

Nel primo libro sono partito da un’idea: volevo scrivere un thriller. In “Adamo Busoni” tutto è nato dal protagonista: volevo un personaggio come lui. In “Una storia in due tempi” ho scelto di iniziare dalla trama: due vite già scritte dal tempo, in cui ho inserito solo un pizzico di finzione. Torniamo al punto di cosa voglio fare da grande.

 

Nell’ultimo anno sono uscite tre tue pubblicazioni. Cosa vuoi fare da grande?

Cambiare occhiali! Gli ultimi tre anni sono stati impegnativi per i miei occhi. Continuerò a scrivere, questo è certo, cercando il genere letterario in cui riesco a essere gradito ai lettori, ma sarà tutto inutile. Ho scritto tre libri finora e sono tutti diversi tra loro. Il quarto, che spero di finire presto, lo è altrettanto… non credo ci sia speranza. Scrivo ciò che sento.