Racconti d’estate: i testi delle due vincitrici del Puzzle Book Contest

Un'estate da leggere

Abbiamo lanciato il primo contest di racconti e l’abbiamo fatto d’estate, la stagione che sentiamo darci più libertà, il tempo delle vacanze e del riposo. I racconti arrivati alla redazione hanno allietato le nostre giornate di agosto. Leggervi è stato un piacere. Abbiamo scelto due storie diverse che ci hanno colpito per la trama, lo stile e la scrittura.

Le vincitrici sono Irene Romano con “Un’occasione mancata” e Patrizia De Angelis con “Coincidenze estive”.

A loro vanno i nostri complimenti e la partecipazione a due incontri di scrittura creativa online del laboratorio “Officina delle parole” diretto da Alessandra Cafiero.

 

“Un’occasione mancata” di Irene Romano

Sua mamma se ne sta col sedere sprofondato nel divano e le gambe gonfie poggiate sul tavolino, arrese al caldo del primo pomeriggio d’agosto. Se non fosse per la voce di Angela Lansbury in tv, in salotto regnerebbe il silenzio. Un silenzio tedioso, al quale si accompagna un’aria ferma e pesante, smossa solo dall’oscillare incerto del ventilatore. La titubanza di quell’aggeggio si deve a una vite caduta chissà dove un paio di giorni prima. La donna ha più volte sollecitato il marito affinché intervenisse. Lui però non ha mosso un dito. Pensare che basterebbe una sola vite a mettere a tacere quelle lamentele, ma l’indole di suo padre, procrastinatore nato, ha la meglio su tutto; anche su questo genere di considerazioni. Simone intanto è nella sua stanza, disteso con la faccia schiacciata sul cuscino e gli occhi chiusi. Ogni tanto ne apre uno. Osserva le fessure delle persiane attraverso cui intravede il sole che soffoca il mondo là fuori. A cose normali la musica dei RHCP avrebbe allietato la sua siesta. Invece niente. Che strano. Poi d’un tratto il silenzio è rotto dal campanello di casa. “Simo – grida sua mamma dal salotto – Vai tu!”.
Una scena già vista decine di volte. Simone al solito sbuffa e a fatica si porta a sedere sul letto. Ma stavolta è diverso. Quando apre gli occhi infatti quella in cui si sveglia non è la camera dov’è cresciuto, nella casa dei suoi in provincia, ma la stanza in cui vive in affitto da un paio d’anni a Firenze.
All’idea che fosse un sogno tira un sospiro di sollievo. Poi però il campanello suona davvero e allora scatta in piedi e sbandando si affaccia alla finestra. È un corriere. L’ennesimo che suona tutti i campanelli del palazzo nella speranza di trovare qualcuno che invece d’essere in ferie è rimasto in questo deserto di città. Su di me si può sempre contare, pensa amaramente. Del resto sono anni che trascorre lì l’estate lavorando. All’inizio aveva creduto che fossero state proprio quelle interminabili estati – in cui gli amici andavano al mare e lui rimaneva con i suoi in paese – a portarlo a questo. Quella stagione immobile che vedeva solo come un’occasione mancata. Adesso non si pone più domande in merito. Lavorare d’estate è diventata una cosa normale, soprattutto se hai un affitto da pagare e le spalle tutt’altro che coperte. E poi diciamocelo, non è che in questo periodo la città pulluli di vita. Magari il centro, magari i Lungarni. Quelli si che son presi d’assalto. Ma dove abita lui, in periferia, la situazione ricorda quella del paese in cui è cresciuto. Per questo non gli dispiace inforcare la bici ogni giorno e correre a lavoro. Certo fare il cameriere a 36 anni non è ciò a cui ambiva, ma si torna lì: gli servono soldi. E se proprio dobbiamo dare un senso a questa stagione apatica che si chiama estate, ecco che spuntano i soldi, complici le laute mance dei turisti. Peccato non si possa dire lo stesso per le persone del posto. Simone l’ha sempre pensato e lo pensa ancor più adesso che a occupare la terrazza è un gruppo di giovani dall’accento fiorentino. I maschi son tutti uguali: jeans attillato e camicia bianca ben stirata. Le ragazze invece si distinguono per le fantasie variopinte dei loro abiti, anche se il modello è pressappoco lo stesso e ricorda una sottoveste di seta.
Il tavolo è pieno di bottiglie e bicchieri. È un’ora che Simone fa su e giù per le scale come un matto, nonostante le grida sguaiate dei ragazzi che si rivolgono a lui come se lo conoscessero da una vita. È il genere di cose che lo manda fuori di testa, ma sa di dover tenere duro. In fondo non sono che dei mocciosi alle prime uscite. Lo è stato anche lui con i suoi amici. Ma a fare la differenza in questo caso sono i portafogli, che per quanto riguarda quei ragazzi son gonfi quasi quanto il loro ego mentre si atteggiano davanti alle compagne avvenenti. “Ehi amico!”, grida uno di loro trattenendolo per un braccio. La bottiglia sul vassoio si sbilancia e finisce a terra andando in pezzi. Dopo un attimo di silenzio in cui il fiato di tutti resta sospeso, i ragazzi scoppiano a ridere. Simone ha i nervi a fior di pelle ma mantiene la calma. È ciò che deve fare, nonostante la voglia di prendere a ceffoni quel ragazzo gli faccia prudere le mani. Ha sempre temuto di aver preso da suo padre: carattere mite, remissivo e a suo modo incline al procrastinare. Anche in una situazione come quella, in cui esser risoluto sin dall’inizio avrebbe potuto evitare quell’incidente. La cosa lo fa incazzare terribilmente, ma è più forte di lui. Non ce la fa.
Mentre raccoglie i vetri e asciuga il pavimento con uno straccio, i ragazzi continuano a ridere. Il sangue gli ribolle nelle vene. Senza dire una parola si alza e scende al piano di sotto, dove può tornare a respirare. Il collega che ha assistito alla scena gli mette una mano sulla spalla: “Lascia stare”. Ed è esattamente quello che avrebbe fatto se solo quel moccioso uscendo dal locale a fine serata non gli avesse messo 20 euro nel taschino sogghignando: “Ehi amico, per il disturbo”. È allora che Simone non ci ha visto più e lo ha colpito al volto con un destro. Uno di quelli che si vedono nei film e che neanche lui pensava d’essere in grado di tirare. Invece… Invece arriva il momento in cui chiunque si oppone all’ennesima occasione mancata. Persino lui. E guarda un po’, sorride, quel momento è arrivato proprio in piena estate.

 

“Coincidenze estive” di Patrizia De Angelis

Una macchia di colore nella sabbia chiara attira la mia attenzione. Mi guardo intorno, non mi piace raccogliere cose da terra, sotto lo sguardo altrui: sembra che voglia appropriarmi di qualcosa che non mi appartiene, quando in realtà vorrei solo curiosare e magari restituire.
Il sole sta calando e ormai i più se ne sono andati. Adoro questo momento delle giornate estive: tutto si dipinge di un favoloso giallo ocra, screziato di rosa, assumendo un aspetto rétro e naïf. Il mare acquieta le onde e muta in uno specchio lucente, che riflette le pennellate del cielo.
Mi avvicino ai puntini celesti che hanno ottenuto il mio interesse: è un bracciale. Lo raccolgo e accarezzo gli anellini in legno, cerulei e al naturale, per rimuovere i granelli di sabbia. Ha una circonferenza notevole e deduco che sia di un uomo. Che peccato averlo perso! Sembra ancora nuovo o ben conservato. Controllo in giro, questa volta per capire se possa recuperare il padrone dell’oggetto: niente da fare, sono rimasta sola, all’infuori di un paio di bambinetti, che stanno correndo verso il viottolo che conduce al resort.
La brezza della sera si prende gioco del mio caschetto liscio, spettinandolo senza pietà. Decido di concederglielo, consapevole di non avere alcuna chance nel contrastarla.
Si sta così bene e non voglio che questa bella giornata finisca. Sono al termine della vacanza e non so rassegnarmi. Se potessi, resterei qui, mollando a casa la solitudine, gli impegni fissi e la routine quotidiana, che ormai mi pesano fin troppo.
Raggiungo uno scoglio sul bagnasciuga, rimandando la cena di qualche minuto. Mi accomodo e immergo i piedi nell’acqua tiepida. Lo sciabordio è lieve e rassicurante. Chiudo gli occhi e mi lascio avvolgere e cullare dall’incanto di questo luogo carico di emozioni.
Quando mi sento abbastanza leggera da affrontare il rientro in hotel, mi volto verso la struttura, sperando nella spinta giusta per alzarmi.
In lontananza, una figura percorre la spiaggia: è un ragazzo e incede con un’andatura strana, come se stesse cercando qualcosa. Guardo il braccialetto nella mia mano e fisso di nuovo lui, che nel frattempo si è avvicinato.
Azzardo: «Ehi! Hai perso un bracciale?» Forse non era la frase migliore da dire, ma sono abbastanza certa che si tratti del proprietario di questo monile.
Il giovane corre verso di me e, quando è a pochi passi, mi regala un sorriso capace di eguagliare il fascino del mare. Ha un viso dolce e solare, grandi occhi chiari e fattezze mascoline, ma delicate. I riccioli biondi sono spettinati dal vento, che si diverte a conferirgli un’aria buffa quanto la mia.
«Ciao!» esordisce con voce allegra e profonda. «Per caso hai trovato un braccialetto in legno?»
«Intendi questo?» e glielo lascio ciondolare davanti.
«Sì!»
Lo consegno, felice di aver compiuto la mia missione. «L’avrei portato alla reception, ma preferisco dartelo di persona.»
«In realtà non ha nessun valore, ma l’ho acquistato oggi, in ricordo della vacanza e mi sarebbe dispiaciuto non avere altro da portare con me.»
«Oh, anche tu stai per rientrare?» È così carino e spontaneo che non posso fare a meno di parlare per trattenerlo.
«Già. Domattina ho il volo per San Francisco.»
Mi rendo conto di aver sgranato gli occhi e di aver fatto una faccia bizzarra, ma questa coincidenza mi piace molto. «Anche tu vieni da Frisco?»
«Sì, non dirmi…» Annuisco e lo vedo impacciato, come se di colpo gli fosse balenato qualcosa per la mente. Forse teme che io sia troppo invadente o magari che… «Posso sedermi qui, accanto a te?»

Mi sorprende ed è una sensazione piacevole. «Certamente!» replico decisa.
A vederlo da vicino, è ancora meglio di quanto potesse sembrare. Lo spazio è poco e mi sfiora il fianco con il suo. Un brivido parte incontrastato e mi do della sciocca per una simile mancanza di controllo.
«Da che parte della città vieni?» mi chiede, con un luccichio entusiasta nelle iridi.
Rispondo e, con gioia, scopro presto che non siamo distanti.
La conversazione procede fluida. Sveliamo i nostri nomi, i mestieri, gli hobby e le passioni, senza renderci conto dello scorrere del tempo.
Gli occhi si adattano al calare della luminosità, ma quando luna e stelle restano le ultime tracce di luce, siamo costretti a guardare in faccia la realtà: è ora di rientrare.
Ci incamminiamo verso il resort, immersi in un silenzio d’improvviso imbarazzato e inquieto.
Se solo lo avessi incontrato all’inizio della vacanza... Che lo abbia detto ad alta voce? Si è fermato di scatto, calcando le mani nelle tasche degli shorts. Lo imito di riflesso, incapace di comprendere che cosa gli stia prendendo.
«Ti andrebbe… be’, sì, verresti a cena con me?»
Non me l’aspettavo, ma esulto in silenzio. Non ho alcuna intenzione di rifiutare un invito che scopro di desiderare con tutto il cuore.
Seduti al ristorante, riprendiamo a chiacchierare come vecchi amici. La sensazione di conoscerlo da sempre è destabilizzante e, al tempo stesso, appagante. Capisco che sia così anche per lui, quando lo ammette, con una contentezza e una serenità tali da mettere a tacere ogni mia perplessità.
Il giorno seguente, scesi dall’aereo, decidiamo di prendere lo stesso taxi.
Seduta accanto a lui, assaporo la consapevolezza che la quotidianità a cui sto andando incontro non sarà quella di prima e sorrido, ringraziando in cuor mio l’estate, con la sua magia e quel braccialetto, per entrambi più prezioso di quanto potessimo immaginare.

 

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Le autrici hanno autorizzato la pubblicazione del racconto sul sito. I testi corrispondono ai manoscritti originali così come pervenuti alla redazione. Non è stato fatto alcun tipo di editing o di correzione bozze.