08 Gen Scrittura collettiva: i racconti dell’Officina delle Parole
Perché non provare a scrivere un racconto a più mani? L’abbiamo sperimentato all’interno del laboratorio di scrittura creativa “Officina delle parole” che da dieci anni riunisce persone che amano leggere e si mettono in gioco con la scrittura di storie.
Ogni gruppo composto da quattro o cinque scrittori ha lavorato insieme trovando un’idea da condividere. Prima di tutto la progettazione narrativa: sono partiti dalla trama, dalle schede dei personaggi e poi hanno pensato a una sottotrama e al colpo di scena. Solo alla fine si sono messi a scrivere davvero il racconto. Cosa ne è venuto fuori lo potete leggere qui.
La situazione di partenza è stata la stessa per tutti: un supermercato, tanta gente alle casse, all’improvviso un rumore. Che succede?
Scrittura collettiva
di Antonella Giavino, Daniela Boccacci, Donatella Nelli, Rossella Bartolomei, Floriana Zaccaria
Ha sempre avuto una vita tranquilla nel deposito, ma non si fida della gente. È sempre riuscito a scampare alla ferocia degli uomini, sa che sono bestie pericolose, che infestano il pianeta. Non potrà mai dimenticare la vista dei suoi compagni barbaramente trucidati a colpi di scopa o morti tra gli spasmi della polverina bianca.
Topo Topo dall’alto del suo scaffale sgranocchia un cracker e tiene d’occhio Gilda che si aggira tra le corsie dell’Esselunga con gli scaffali pieni di cibo, e sospira alla vista dei panettoni farciti che costano un occhio. La donna abbassa lo sguardo sul carrello che purtroppo contiene una miseria di pane e formaggio. Gli ultimi spiccioli della pensione da insegnante elementare se li è giocati alle macchinette e coi gratta e vinci. Il nipote trentenne nullatenente, ha dato il colpo di grazia con la richiesta della sua paghetta settimanale: come si fa a dire di no all’ultimo parente rimasto?
Topo Topo osserva le lunghe file di zombie alle casse e Gigliola, con un pancione di sette mesi, che sta pazientemente in fila con il marito Giuseppe e dondola, poggiando un piede sull’altro per alleviare lo stress delle gambe che le fanno male. Giuseppe sbuffa perché vorrebbe essere a casa a vedere la partita: Gigliola ha gli sbalzi di umore tipici della gravidanza, a volte è esasperante, ma lui è così contento di diventare padre che non discute su niente.
D’improvviso Topo Topo ha un guizzo, i baffi gli tremano, scivola giù e si unisce a un gruppetto di topi in corsa. I cani legati fuori dal supermercato cominciano a ululare. Dei minorenni sbruffoni sono riusciti a comprare la birra con la tessera delle casse veloci della madre di uno di loro.
“Stasera si brinda con la birra e ci facciamo una grigliata di topi” schiamazzano.
Ecco che la terra trema cinque lunghi secondi. Un boato. La scossa fa ondeggiare il pavimento e cascare la merce dagli scaffali. Scatta l’allarme. I presenti si inchiodano sbigottiti e spaventati. Poi il caos: tutti corrono verso l’uscita.
Le due cassiere devono mantenere la calma e far uscire la gente, ma una scappa via e l’altra che avrebbe voluto sempre fare la hostess sugli aerei, si sbraccia per indicare le uscite e mima la maschera d’ossigeno con un sacchetto.
Gigliola perde di vista Giuseppe e comincia tremare spaventata, tanto che la borsa le scivola dalla spalla. C’è qualcuno che gliela sta tirando via. Si gira e riconosce la sua vecchia maestra delle elementari.
L’anziana, dopo un attimo di smarrimento, intravede quella borsa bella piena in mezzo alla folla e pensa che potrebbe essere la sua salvezza per non passare un Natale di fame. Ci si aggrappa con tutte le sue forze e spinge verso di sé Gigliola.
Le due donne sono ora una di fronte all’altra. Gilda con orrore e stupore si accorge del pancione della ragazza e la sua mente torna indietro ai quei giorni con Franco.
Franco! Adesso Franco avrebbe avuto 75 anni o forse ce l’aveva ancora da qualche parte. La Gazzetta dell’Irpinia aveva scritto “vittima delle macerie”. Gilda non l’aveva mai più rivisto. Aveva continuato per tempo immemore a scavare nelle macerie, le mani le sanguinavano… quanto aveva urlato il suo nome ma le aveva risposto solo il silenzio.
Maledetto terremoto! Qualcuno l’aveva portata via come un burattino senza fili, l’aveva sdraiata in un brandina in una tenda di emergenza con altri sconosciuti dagli occhi terrorizzati e asciutti di pianto. Poi la lacerazione… un dolore lancinante al basso ventre, qualcuno aveva chiamato un’ambulanza, bisognava salvare il bambino.
La sirena, i lampeggianti, il vuoto. E il freddo nel cuore a quella voce “signora abbiamo fatto tutto il possibile. Si faccia coraggio”. Coraggio? Lei non lo aveva più. Tutto sparito: la casa, Franco, il bambino. Nessuno avrebbe saputo che si sarebbe dovuto chiamare Filippo come il nonno. Doveva andare via per trovarlo quel coraggio. Dove? Da Santina a Firenze! Da sua sorella, l’unico affetto che le era rimasto.
Poco dopo anche Santina svanì, il brutto male se l’era portata via e le aveva lasciato suo figlio. Sola, zitella con un bambino non suo, guardata con diffidenza da tutti, anche perché arrivava dall’Irpinia. Era diventata la mamma di suo nipote e dei suoi allievi. Ma il desiderio di rivalsa era comparso presto. Spendeva soldi a qualsiasi gioco, bastava una vincita saltuaria per ricascarci. Dio e la vita le dovevano ricompense per ciò che le avevano tolto.
“Maestra Gilda! Maestra Gilda! Non mi riconosce?” la voce stridula della ragazza la riporta alla realtà.
“Sono Gigliola Innocenti, la sua ex alunna. Meno male che c’è lei! Grazie per avermi aiutato con la borsa. È sempre stata una donna tutta d’un pezzo. La prego mi aiuti… Non trovo più mio marito. Che paura! La terra che trema e quei topacci! Ma dove sarà Giuseppe? Lo ha travolto la folla… Vuoi vedere che è scappato e mi ha lasciato qui sola? Allora papà aveva ragione quando mi diceva di non fidarmi di lui, di non sposarlo perché non gli piaceva, che era un buono a nulla. E io stupida che lo difendevo. Quante litigate inutili!”
Gigliola comincia a piangere e Gilda le aggiusta la borsa sulla spalla.
“Su su, che tutto si aggiusta” le mormora mentre si stupisce del suo comportamento di poco prima. Pensa di essere senza vergogna e si domanda come ha fatto a cadere così in basso. Derubare una sua ex allieva, per di più incinta, impaurita e lasciata sola dal marito. Si chiede dove sia finita la sua dignità e si fa schifo.
Maledicendo il mondo e la vita, prende sotto braccio Gigliola e insieme, a lenti passi, si avviano verso l’uscita.
Topo Topo è in fuga, si ferma, si volta e rimane sorpreso nel vedere le due a braccetto. Mai successo che due esseri umani mostrassero amore e solidarietà. Ci voleva forse proprio un terremoto per cambiare quella razza feroce ed infestante?
Tutto in un attimo
di Cristina Lemmi, Erika Calosi, Gavino Fadda, Sandra Camilleri, Laura Tredici
La pioggia batte sui vetri del supermercato di Casalecchio sul Reno senza interruzione da due giorni. La notte si impossessa del giorno, sono le ore venti.
Antonio si guarda in giro, poca gente tra gli scaffali, le casse residue stanno per chiudere. Si è calato il cappuccio della felpa nera, quasi a coprirsi gli occhi neri come il cielo di quel pomeriggio, con il ciuffo corvino che scappa fuori ribelle. Attraversa il corridoio centrale dove uno specchio gli rimanda l’immagine di un uomo che dimostra più dei suoi ventitré anni, la barba incolta, l’abbigliamento trasandato.
“Non c’è riscatto per noi, figli di camorristi, Antò!” gli fanno eco nella mente le parole di Saverio mentre fuggivano insieme in treno da Caserta. Si erano fatti lo stesso tatuaggio del sole sul collo poco prima di partire. Tutti e due col padre in carcere, tutti e due con la voglia di non essere inghiottiti dallo stesso giro malavitoso dei genitori, con il desiderio di trovare un lavoro onesto.
Si tocca d’istinto il tatuaggio come fa ogni volta che lo assale il senso di impotenza. È la necessità di sopravvivere con qualsiasi mezzo che ha preso il sopravvento.
Voci nel corridoio lo distolgono dai pensieri: “Alberto scusi, può prendermi quella scatola su in alto?” Lo scaffalista afferra la scatola di biscotti preferiti da Anna. Con le dita doloranti per l’artrite afferra il pacco che le cade per terra. Antonio si avvicina velocemente per aiutarla: “Signora, le ho messo la scatola dentro la borsa”
“Grazie caro!” risponde Anna, senza guardarlo in viso, e si avvia verso la cassa con passo incerto.
Teresa, la guardia giurata, nota la scena e segue il ragazzo con l’intenzione di fermarlo.
“Buonasera Camilla, sono uscita con questo tempaccio, mi mancavano i biscotti!”
“Anna buonasera!” risponde la cassiera guardando con tristezza il solito impermeabile logoro di colore indefinito.
A un tratto un boato improvviso dal retro del negozio che costeggia il fiume. Qualcosa ha sbattuto contro una vetrata. Il piano terra viene lentamente invaso da acqua e fango. Qualcuno grida e cerca di fuggire, ma dove? La paura paralizza i più.
Il direttore del negozio, senza perdere tempo, afferra il microfono e annuncia all’altoparlante: “Attenzione, si pregano i signori clienti di mantenere la calma e seguire le indicazioni del personale che vi accompagnerà al piano superiore. Per il momento non è sicuro uscire. I soccorsi sono stati allertati.”
Alberto cerca Camilla, i loro sguardi complici s’incontrano e senza dirsi niente accompagnano i presenti al piano superiore.
“Vieni Anna – dice Camilla – ti aiuto io a salire” Ma Camilla, di struttura esile, non riesce a sorreggere il peso di Anna.
Antonio, alle loro spalle, interviene e mentre salgono Anna lo guarda e urla: “Giovanni, sei tu? Finalmente sei tornato!”
Anna singhiozza cercando di abbracciarlo.
“Anna calmati, lui non è il tuo Giovanni! Me ne hai parlato tante volte, me lo hai descritto bene. Lo vedi? Non gli somiglia e poi sono passati tanti anni da quell’incidente”
Al piano superiore la notizia che circola tramite cellulari indica una situazione esterna difficile. I soccorsi tardano ad arrivare. Restano accese soltanto le luci di emergenza.
“Signori, il fiume sta esondando, sono in diretto contatto con la protezione civile e ho bisogno di un paio di persone che siano in grado di aiutare.” Alberto si fa avanti e anche Antonio lo segue.
“Mi dicono che attraverso un passaggio sul tetto si può raggiungere un ponte di ferro che comunica con l’argine del canale. Lì si trova una saracinesca che va aperta ruotando manualmente una leva. Così l’acqua potrà defluire.”
“Ci penso io!” fa Antonio che con coraggio si arrampica sul tetto passando da una finestra.
“Alberto, seguimi con la torcia!” La saracinesca viene aperta, l’acqua comincia a defluire. Antonio e Alberto rientrano tra gli applausi dei presenti. Il lampeggiare dei mezzi di soccorso annuncia l’inizio dell’evacuazione.
“Ehi, tu!” Teresa sussurra all’orecchio di Antonio. “Restituisci ciò che hai preso dalla borsa della signora anziana”
Gli occhi neri fissano Teresa: “È già tornato al posto suo!” Teresa stringe la mano di Antonio e gli dà una pacca sulla spalla: “Bel lavoro, ragazzo!”
Finché morte non ci separi
di Laura De Tomasi, Alessandra Caggiati, Antonella Cipriani, Claudia Pieri
“Hai fatto un buon lavoro Roberto. Con queste ultime foto faremo parecchi soldi. La foto del piede nudo con il tatuaggio è perfetta”.
“Regina, io non ce la faccio più”.
Lei alzò gli occhi dal PC, vide l’espressione tormentata di suo marito e decise di chiudere il profilo di Onlyfans al quale stava lavorando dalla sera prima. Girò la carrozzina che la bloccava da due anni – da quando la malattia degenerativa era peggiorata – e gli fece cenno. “Vieni qui” disse sottovoce.
Roberto si accoccolò accanto a lei, appoggiando la testa sul grembo. Lei prese ad accarezzargli i folti capelli scuri.
“Hai un buon odore. Con chi sei stato ieri sera?”
Roberto sospirò, allentando la tensione: “Amore, io voglio te. Per quanto ancora dovrò andare con altre donne?”.
“Manca poco tesoro. Ancora diecimila euro e ce l’avremo fatta” – rispose Regina indicando il pannello enorme con le foto stampate.
Ida sistema con gesti nervosi una pila di melanzane, spingendole con troppa forza nelle cassette di plastica. La rabbia le pulsa nelle tempie, calda e feroce. Quelle maledette foto, quel piede tatuato, continuano a martellarle la mente. Non c’è bisogno di indagare: quel piede è di Ingrid. Si gira di scatto, Ingrid immerge le mani nell’acqua gelida del banco del pesce con movimenti decisi. Ida la guarda un istante, senza parole ma la pescivendola se ne accorge.
“Problemi, Ida?” chiede Ingrid, con un sorriso freddo e un’occhiata che tradisce qualcosa di più.
Lo so, non dovevo farlo – si tortura Ida – ma non ho resistito alla tentazione di frugare nelle tasche di Roberto, ma la colpa è anche sua, da qualche tempo non è più lui e sicuramente la situazione a casa non lo aiuta, pensavo tutto ma non quella foto. L’ho riconosciuta subito quella stella marina tatuata sul collo del piede. Niente di più volgare. Io non gli basto più.
“Sei semplicemente una puttana”. Ingrid sgrana gli occhi e appoggia violentemente il coltello sul bancone, Ida toglie le foto dalla tasca e comincia a sventolarla allontanandosi e urlando a voce sempre più sostenuta: “Eccola qui la grande puttana del nostro supermercato”.
Ingrid l’aggredisce e sbraita il suo nome con aggettivi sempre più volgari. Dietro al bancone della carne Roberto assiste alla scena. L’uomo affila il coltello con la calma di chi è abituato a tagliare ciò che non serve più. Niente in quel supermercato è come appare. Sotto la luce cruda dei neon si intrecciano segreti e nodi da sciogliere. La giornata è appena iniziata, ma la tempesta è in arrivo.
Una spinta di Ingrid fa scivolare Ida contro uno scaffale, urtando una fila di pomodori di vetro che cadono come tasselli di un domino. Crash, crac, tling tling… Le grida e il rumore degli oggetti che cadono attirano l’attenzione degli altri dipendenti. Le due donne si colpiscono con una furia ceca rotolando sul pavimento rosso di pomodoro.
Il tutto viene filmato da un ragazzino nerd che sta in coda alla cassa e guarda allibito lo scontro. Decide all’istante di mandarlo live sui social.
Roberto con il coltello ancora in mano, rimane immobile. In un attimo vede crollare il suo progetto con Regina costruito con impegno e dedizione. Fa cadere l’arma e corre da loro, pronto a fermare quella lotta selvaggia.
La cassiera
di Pierfrancesco Poccianti, Lorella Avena, Silvana Petrella, Cristina Mugnaini
«Aspetta, ti mostro io come fare» dice Carlo. Si avvicina e si piega sul nastro mentre Elena si fa da parte, le mani in grembo, e lo osserva. Le dita esperte distendono il codice a barre sull’avocado, lo passano sullo scanner e lo lasciano scivolare all’estremità della cassa. Poi si ritrae e torna al proprio posto.
Elena si sistema sulla sedia e riprende a battere i prodotti. Legge il totale sul display, accetta la carta del cliente e conclude l’operazione con un timido “arrivederci”. Espira sollevata e si volta verso Carlo, che le mostra il pollice alzato. Il turno è quasi finito. Sono solo sei ore, ma le pesano addosso come un’intera settimana.
«Come va?» chiede Carlo, approfittando del momento di pausa.
«Bene, bene.»
«Meglio questo o l’università?»
Elena vorrebbe rispondere che detesta entrambi, ma si limita a scrollare le spalle e dire: «Non saprei, forse…»
Un colpo, come un petardo. Da chissà dove. Segue un istante di silenzio, che subito viene squarciato da urla e rumore di passi in corsa. Elena si gira di scatto e le è tutto chiaro: quattro o cinque uomini dal volto coperto minacciano i presenti con delle pistole.
Confusa e terrorizzata, Elena si alza, afferra il braccio di Carlo e si lancia con lui al reparto ortofrutta. Agisce d’istinto, mossa dall’adrenalina. Entra nella cella frigorifera e chiude la porta in modo che si possa aprire solo dall’interno.
Dall’altoparlante giunge la voce del direttore. «A tutti i clienti. Ascoltatemi. Seguite ciò che vi viene detto e non vi accadrà niente. Gettate i cellulari a terra e radunatevi tutti presso l’uscita est. Mantenete la calma e obbedite agli ordini. E il capo cassiere di turno porti la chiave della cassaforte.»
Si levò un altro colpo. Poi qualcun altro prese la parola all’altoparlante: «E se non vuoi fare la fine del tuo direttore del cazzo, caro capo cassiere, ti consiglio di fare in fretta.»
Carlo fa per aprire la porta, ma Elena lo trattiene e scuote la testa: «Non uscire, ti uccideranno.»
«Ma no, ma no, non mi succederà niente. Gli darò la chiave, prenderanno i soldi e sarà tutto finito.»
«Se non sei qui tra cinque minuti» continua l’altoparlante «uccideremo un altro ostaggio.»
Elena e Carlo rimangono in silenzio, nel freddo della cella, il fiato sospeso.
Fuori si sentono dei passi in avvicinamento accompagnati da un borbottio. A giudicare dalle voci, devono essere in due. Stanno perlustrando il supermercato in cerca della chiave.
«Dove cazzo è la tessera?»
«Ce l’ha quel coglione. Aveva detto che ce l’avrebbe data lui, doveva andare tutto liscio. Bella stronzata abbiamo fatto, a fidarci.»
«Giuro che appena lo vedo gli spacco la testa.»
Elena fissa Carlo, che abbassa subito lo sguardo. «Di chi parlano?» bisbiglia.
«Io… non…» balbetta. È fradicio di sudore e gli tremano le labbra.
Non le serve altro per intuire la verità. «Sei… tu?»
«No» risponde lui, gli occhi che fuggono ancora, il pomo d’Adamo che va su e giù.
Non sa neppure lei come, ma riesce a mantenere la calma. Si avvicina a Carlo e con immenso sforzo sussurra: «Abbracciami, ho paura.»
Lui la abbraccia titubante, e appena sente le sue mani sulla schiena gli sferra una ginocchiata all’inguine. Carlo emette un mugolio strozzato e si piega su sé stesso. Elena allunga le dita alla maniglia, apre la porta e lo spinge fuori. Fulminea, richiude la porta ermeticamente.
«Eccoti, bastardo!» sente ringhiare uno dei rapinatori. Seguono altri spari e il tonfo di un corpo che cade.
«Ce l’ha addosso, cerca nella giacca!»
«Trovata! Andiamo!»
Elena sente i passi che si allontanano e appoggia la testa contro l’interno della porta. È salva, almeno per il momento. Non ha più dubbi: molto meglio studiare.
LA PIAZZOLA 124
di Daniela Bensi, Sonia Ciapetti, Giovanna Fusi, Lucia Morabito, Raffaella Ruffini
Una bella signora di circa cinquant’anni anni e un ragazzo brufoloso di diciassette che spippola su cellulare viaggiano a bordo di una Panda viola da Castiglione della Pescaia verso Marina di Grosseto. La zia sta accompagnando il nipote al campeggio dove lo aspettano gli amici per una vacanza finalmente da soli. La macchina si ferma, il ragazzo guarda la zia:
“Stai parcheggiando davanti a una pineta. Siamo arrivati?”
“Il campeggio é dentro la pineta, prendiamo questa stradella e lo vedrai. Ma lo sai che ci ho lavorato mentre facevo l’università?”
”Parecchio tempo fa… eh, zia?”
“In effetti erano altri tempi. Ci venivo in estate per potermi pagare gli studi perché i miei non erano in grado di mantenermi. E pensa che nell’inverno facevo ripetizioni ai bambini del paese. Ciuchi come te! Mi viene da sorridere pensando che spesso mi chiedevano come si scrivesse il mio nome io, ogni volta, dovevo specificare che mi chiamavo Gessica con la G e non con la J perché l’ufficiale dello stato civile di Castiglione non aveva idea di come si scrivesse il mio nome e alla fine lo scrisse così”.
“Questo me lo hai già raccontato più volte, qualcosa di nuovo? Magari di divertente?”
“All’epoca ero proprio una bella ragazza e al campeggio avevo parecchi ammiratori, facevo la cassiera e ho avuto i miei momenti piacevoli. L’unico neo era il direttore, un uomo orribile, pavido, viscido che non perdeva l’occasione di importunarmi. Purtroppo però a me piacevano sempre quelli che non mi filavano. Ricordo uno svedese spettacolare, biondo, alto, con i capelli lunghi, due spalle… ah!”
” Grande zia! Lo hai conquistato il vichingo? Raccontami tutto”.
”Conquistato? Fu quella volta che siamo finiti sulla prima pagina del Tirreno!”
“Davvero? Questo non lo sapevo.”
“Prendi lo zaino che mentre cerchiamo i tuoi amici ti racconto”.
“Era agosto, un caldo infernale, il campeggio pieno, ero di turno alla cassa con una coda infinita di gente che aveva fretta, chiacchierava e faceva un gran casino. A un certo punto abbiamo sentito una serie di spari.”
“Spari?”
“Dopo il primo attimo di silenzio tutti si misero a urlare e correre. Secondo me qualcuno andò via senza pagare. I bambini scappavano con le mamme che li richiamavano e li rincorrevano. Ricordo un anziano che scivolò su un tubetto di crema solare e cadde disteso davanti all’uscita, con il rischio che lo calpestassero. In quel marasma chiusi la cassa e corsi fuori cercando di capire cosa fosse successo e per trovare il direttore. Sembrava che tutti i campeggiatori si fossero riversati nel piazzale davanti alla direzione, visto quante persone dovetti scansare per entrare nell’ufficio. Tutti parlavano, ognuno con le proprie opinioni anche folli: i soliti meridionali, un attentato, qualcuno minimizzava dicendo che era stato un aereo, insomma una gran confusione. Entrai nell’ufficio del direttore che, come al solito nelle situazioni difficili, si agitava e non sapeva cosa fare”.
“Ma cosa era successo?”
“Ancora non sapevamo nulla, quel cretino del direttore invece di agire, cominciò a lamentarsi oddio che figura con Gessica, che ha pure lasciato la cassa incustodita. Poi corse in bagno piegato in due con quel gatto morto sulla testa che ballonzava rischiando di cadere. Alcuni campeggiatori infuriati si precipitarono nell’ufficio reclamandone la presenza ma lui non aveva nessuna intenzione di uscire dal suo rifugio sicuro.
A quel punto presi in mano la situazione e chiamai prima i carabinieri e poi l’ambulanza. E indovina cosa mi chiesero quando mi presentai come Gessica dal campeggio?”
“Gessica con la G o con la J?”
“Esatto! Ero parecchio agitata anch’io, ma il bello doveva ancora venire.”
”Ma chi aveva sparato?”
“Aspetta, la storia è lunga!
Finalmente arrivarono i carabinieri e l’ambulanza. Mentre i soccorritori si occupavano di chi si era fatto male o era svenuto dalla paura, i carabinieri, nella persona del maresciallo Pococore…”
“Pococore? O che nome è?”
”Lascia stare, sono carabinieri, dicevo, il maresciallo provò a radunare i campeggiatori, tentando nel gran caos di trovare il bandolo della matassa ma non ci riuscì. Cominciò a innervosirsi nonostante avesse un carattere tranquillo, perché tutti parlavano insieme dicendo le cose più disparate. A un certo punto uscì dalla folla il colonnello Egidio Salimbeni”.
“Ti ricordi ancora il nome?”
“Certo! Era un colonnello della guardia di finanza in pensione che con la moglie veniva sempre in vacanza nel campeggio da almeno vent’anni, ed aveva continuato anche dopo che era rimasto vedovo. Si era operato all’anca, e viaggiava con il bastone, nonostante ciò non aveva rinunciato alla solita piazzola, la n. 123, anche se era lontana dai servizi. Sono cose che non si dimenticano.
Bene, ricordo che il colonnello si piantò barcollando davanti a Pococore, e dichiarò che gli spari provenivano dalla roulotte nella piazzola accanto alla sua e dalla quale giurava di aver visto uscire Imerio, il sorvegliante del campeggio”.
“No, oh zia, Imerio, ma che cazzo di nomi circolano da queste parti!? Che tipo era il sorvegliante?”
“Eh sì, proprio un tipo strano, come il suo nome. Si credeva chissà chi, alto stempiato, con qualche ciuffo a ricordare la folta capigliatura della gioventù, almeno così diceva. Ultimamente una bella pancia spuntava dalla camicia, gran bevitore di birra. Un tipo fissato con le divise, le armi e anche gran puttaniere. Si dava un gran daffare con tutte le campeggiatrici e qualcuna ci stava. Aveva fatto anche il carabiniere. Si diceva fosse stato radiato dall’arma per aver messo incinta la moglie, oddio, ancora non lo era moglie”.
“Scusa, che centra la tipa incinta con l’Arma?”
“Erano altri tempi. Nei carabinieri dovevi essere probo: prima il matrimonio, poi il resto. Dov’ero rimasta? Ah sì, Imerio… e la moglie. Il suo sì che era un nome strano: Eonice, Eonice Innocenti mi pare. Lavorava in estate a nero nel campeggio. Una tipa! Capelli rosso menopausa, alta un metro e cinquantacinque, prosperosa e trascurata. Ricordo che ridevamo spesso per come si vestiva: prendisole animalier e zeppe altissime di sughero, ci meravigliavamo che non si fosse mai stracollata un piede.
Gelosissima, e a ragione, del marito, carattere debole, piegata dai rimpianti, dai rancori sopiti e accumulati. Naturalmente Imerio la trascurava parecchio, ma lei non poteva far altro che ingoiare, era la sua certezza economica. Che coppia! Il figlio del peccato si chiamava Anchise…”
“E ridagli con questi nomi!”
“Anche lui, sì… so che si è trasferito a Roma e vive là da tempo. Pare che non si interessi troppo dei genitori. Insomma, fammi finire, dicevo…. povera Eunice che vita! Figlia unica di genitori bigotti sognava di studiare e di scappare dal paesello, invece si era ritrovata fra le mani quel mandrillone di Imerio, che l’aveva illusa con un sacco di discorsi, era ancora minorenne. Capisco il suo gesto, le si saranno sicuramente tappate le carotidi e perso il lume degli occhi”.
“Che gesto, zia?”
“Ora ci siamo. Dopo breve indagine Pococore indirizzò i sospetti proprio su di lei, che rimaneva dietro un pino, rossa, sudata, tremante e prossima al pianto.”
“Non importava essere un genio dell’arma…”
“Pococore si avvicinò alla disgraziata per interrogarla e bastò il suo sguardo per farla crollare. Singhiozzando confessò che aveva visto Imerio nella veranda di una roulotte, che si slacciava la fondina, l’appoggiava su una sedia e scompariva dentro.
Immaginando che si fosse appartato con la solita straniera i soprusi le parvero troppi, prese la pistola di Imerio e sparò più colpi in aria. Poi gettò la pistola e scappò.
Il colonnello Salimbeni confermò, a malincuore, di aver visto Imerio impaurito, con i pantaloni a mezz’asta, raccogliere la pistola, la fondina e correre via guardandosi intorno con occhi spiritati.”
“Miseria che storia, eravate agitati a quei tempi.”
“Aspetta tesoro, il bello ancora deve venire!”
“Perché, cosa è successo ancora?”
“Immagina la scena: i carabinieri, tutti i campeggiatori, il personale (escluso il direttore sempre rinchiuso nel cesso) si recarono in massa davanti alla piazzola incriminata, curiosi e immaginando di trovare chissà quale scenario. La porta della roulotte si aprì e sulla soglia apparve lo svedese Lars, alto, bello, biondo, un dio vichingo in mutande. Nel silenzio interrotto solo dal canto delle cicale, si udì solo la mia voce dire: che spreco!”
Vittoria
di Francesca Berlincioni, Umberto Pruneti, Silvia Ciappi, Gianna Vitucci e Roberta Tassini
Vittoria apre gli occhi e inizia ad urlare “Le bombe, le bombe!”. Si accovaccia addossata al muro e chiama “Elia dove sei? Vieni a nasconderti!” “Dove sei? Non ti vedo!”
“Sono qui vicino al caminetto”
Elia corre da lei con il cuore in gola verso e le si mette accanto.
“Ecco Vitto, tieni e conservalo per ricordarti di me.”
Vittoria sente la bocca dello stomaco contrarsi e stringe la scatolina al petto.
Passi di soldati risuonano sulle scale. Vittoria per istinto nasconde quel regalo prezioso in un’intercapedine del caminetto.
“Signora, è l’ora del prelievo”
Vittoria alza lo sguardo, stupita di trovarsi in ospedale.
“Amò, qual è il detersivo che devo acquistare? Guarda qui!” Il video dello scaffale si presenta agli occhi della moglie, insieme al fragore di quattro scoppi consecutivi.
È il caos.
Le lunghe file di persone alle casse si sgranano come perle uscite da un filo. Fumo, allarme e urla si mischiano nel supermercato di Novoli il 28 dicembre 2024.
Solo quattro adolescenti si dirigono veloci e sicuri verso l’uscita.
“Aiuto! Aiutatemi! La signora è svenuta” grida l’accompagnatore di Vittoria.
Dalla folla impazzita spunta Valerio: “ Fate largo sono un medico.” Con difficoltà arriva e s’inginocchia a lato della signora. “Chiamate subito l’ambulanza, la signora è in arresto.” Senza perdere tempo inizia a fare il massaggio cardiaco.
Arrivano i pompieri e la polizia che fanno defluire i presenti. Mentre i poliziotti chiedono spiegazioni alle cassiere e al direttore, i pompieri vanno alla ricerca del fumo e si rendono conto che solo quattro petardi hanno provocato il problema.
Nel giro di breve l’ambulanza con il personale medico prelevano l’anziana per portarla in ospedale.
Vittoria compirà fra poco 93 anni. È magra, piuttosto ossuta. Indossa una varietà infinita di bracciali dorati e scintillanti che tintinnano durante il trasporto. Il suo poncho etnico, di calda lana esotica, resta acciambellato sul pavimento, come le scarpe di cuoio naturale senza tacco.
Valerio è affaticato, ma soddisfatto, mentre racconta alle autorità che il cuore di Vittoria ha ripreso a battere.
“Io vorrei sapere cosa ci facevano Samu e Berny qui dentro. Li hai visti tesoro? Uscivano di corsa con altri due ragazzi!”
Le ricerche della polizia evidenziano, attraverso le dichiarazioni dei presenti e i video delle telecamere, che quattro ragazzi hanno provocato il delirio con l’effettiva esplosione di quattro petardi.
“Raga, siete stati top. Abbiamo fatto macello.”
Ludovica, detta Ludo, si accarezza soddisfatta il tatuaggio tribale sulla nuca e batte cinque con Samuele, Bernardo e Matteo. Tutti frequentano la seconda liceo scientifico. Ludo, leader del gruppo e ripetente, riesce con lo sguardo e la sua predominanza a trascinarli in qualsiasi impresa. Matteo, fra i ricci arruffati, guarda Ludo con occhio languido e innamorato. Pende dalle sua labbra. Samuele e Bernardo, gemelli, si guardano preoccupati .
“Hai visto Samu, c’erano i nostri vecchi alle casse”
“Cazzo Berny, ci siamo giocati la minicar”
Il giorno dopo, nel pomeriggio, alla porta di casa dei quattro ragazzi bussa un poliziotto che invita i genitori e i figli a presentarsi in commissariato la mattina successiva.
Messaggi concitati fra i quattro ragazzi. Tutti hanno ricevuto la stessa convocazione.
La mattina seguente si ritrovano tutti nella sala d’attesa: i genitori non nascondono una certa preoccupazione e i ragazzi sembrano impauriti. Uno alla volta sono invitati a entrare.
“Mio figlio Matteo sicuramente non ha combinato niente. Sarà certamente un malinteso”.
“Giusto. Persone perbene come noi! Figuriamoci se i nostri figli s’intrufolano in situazioni spiacevoli”
“Signò, simmo fregati, ce sta u’ video!” sbotta la mamma di Ludo appena uscita dall’ufficio del Commissario. Napoletana verace, che di carcere e malaffare s’intende assai. Separata da poco dal marito, attualmente in gattabuia. Trascina la figlia all’uscita e se ne va.
I ragazzi dovranno essere giudicati e sottoposti a processo, per definire il risarcimento dei danni provocati al supermercato e alla signora Vittoria, colpita da sincope.
“Ecco Vittoria, a seconda di come saranno i risultati degli esami del sangue presto sarà dimessa.”
Dopo capodanno Vittoria Budini Gattai convoca i ragazzi del supermercato con i genitori, a casa sua, al palazzo di via dei Servi.
La notte prima sia i genitori che i ragazzi non chiudono occhio, preoccupati di ciò che li aspettava.
Ricevuti nel salone si guardano intorno fra cristalli, specchi, divani di velluto e tappezzeria raffinata e vengono invitati ad accomodarsi.
Gambe tremanti, mani sudaticce e dita tamburellanti sulle cosce: aspettano.
La grande porta del salone si spalanca e compare l’esile figura di Vittoria con accanto Valerio. Capelli bianchi e ricciuti, cadenti sulle spalle. Il viso truccato non vistosamente, ma a rimediare i danni dell’età: la matita marrone segna precisa l’arco sopraccigliare, quella verde ombreggia le palpebre e un tocco di fard colora i pomelli degli zigomi, a mimetizzare l’ingiallimento della pelle a causa del fumo. Non passa inosservata Vittoria.
“Ragazzi! Signori! Signore!” esordisce arrotando la erre alla francese. “ Nonostante il malessere che mi avete procurato sento la necessità di ringraziarvi. Mi si è dissipata la nebbia dei ricordi. L’ho rivista e ritrovata. Avevo otto anni nel 1942 e mi ero follemente innamorata di Elia, il figlio di alcuni amici dei miei cari genitori. Erano ebrei e i miei li nascosero per un periodo in questo palazzo. Nel 1943 dovettero fuggire anche da qui e… guardate!”
Un grande sorriso illumina il volto della nobildonna, dissipando rughe e paure.
“Ecco qua!”
Da dietro la schiena spuntano due mani tremanti che raccolgono come in uno scrigno il suo tesoro: una scatolina rossa. L’apre con la gioia di chi condivide con altri un capolavoro indescrivibile e con lo stupore di tutti, un sassolino a forma di cuore rivede la luce.
Gli occhi di Vittoria parlano prima delle parole che escono dalla sua bocca
“È di Elia questo regalo. I vostri petardi me l’hanno fatto ritrovare, ragazzi. Non l’ho più rivisto Elia e ho sofferto molto, ma ora è qui con noi e dobbiamo fare festa”