Tra le righe dei romanzi di Mario Pini: “Come la scrittura è entrata nella mia vita”

Con i romanzi “Alle tre di notte” (Nicomp, 2019), “E io che c’entro?” (I libri di Mompracem, Betti Editore 2022) e alcune raccolte di racconti l’autore fiorentino Mario Pini si sta imponendo con alcuni suoi personaggi, come il poliziotto Tullio, a un pubblico di lettori sempre più appassionato.

Lo abbiamo intervistato su cosa significhi per lui scrivere e su come riesce a farlo, svelandoci anche qualche buon consiglio.

Come nasce l’idea di cominciare a scrivere e di provare a cimentarsi con racconti e romanzi? A quando risale la tua passione per la scrittura e che piacere provi nel creare storie e personaggi?

Scrivo per fissare e trasferire idee e pensieri. E cerco le forme di espressione più adatte per farlo. Non un nuovo mestiere o un passatempo, ma piuttosto una necessità. Ho iniziato circa sei anni fa, seguendo un corso di scrittura creativa e ho avuto la sensazione che quel modo espressivo avesse con me non poche affinità. Così un racconto scritto nel 2018 pareva avere tutte le carte in regola per essere ampliato, sia per i personaggi che per l’intreccio narrativo. L’ho vissuta come una sfida, mi ci sono dedicato, prima da solo poi con l’editor e nel 2019 è nato “Alle tre di notte”, il mio primo romanzo. Da qui l’idea di cimentarmi con una trilogia, alla quale sto ancora lavorando. Creare storie e personaggi è un grande stimolo creativo con cui cimentarsi. Provo piacere solo al completamento di un testo e solo se mi convince, non potendo sapere a priori quanto avvincente sarà la storia e quanto ben delineati i personaggi. Penso che l’autore debba essere il primo e il più convinto di ciò che ha fatto.

In che modo durante la stesura di una storia quest’ultima entra a far parte della tua vita quotidiana? Come ti accompagna giorno dopo giorno? Sei sempre con la testa lì, in una full immersion almeno “mentale” giorno e notte oppure riesci a staccare?

C’entra pesantemente. Non è un’attività ripetitiva, bensì creativa. Necessita quindi, almeno per me, di una buona dose di concentrazione e una prima fase “di avvio”. Mi riferisco alla fase di scrittura vera e propria, momento in cui i personaggi spesso ti sfuggono di mano e le storie anche, ma in cui ti vengono nuove idee, abbellimenti, situazioni divertenti, citazioni. Per favorire tutto ciò, mi serve avere la mente sgombra da altri pensieri per qualche ora almeno e rimanere concentrato. L’impianto della storia, le linee generali, le rifiniture o gli aggiustamenti invece li ho sempre in mente e mi accompagnano con continuità. Considero una fortuna il fatto di occuparmi di molte altre iniziative, anche in settori distanti dalla scrittura: mi impone di staccare e pensare ad altro anche con logiche diverse. Un modo per tenere in allenamento entrambi gli emisferi del cervello, una necessità che vivo in maniera più che positiva.

Quali sono i libri essenziali che hai letto nel corso della tua vita e che ritieni fondamentali per la tua vena creativa?

Sul podio dei miei libri preferiti, senza dare un ordine: La Strada di Cormac Mc Carthy (la distopia più cruda), Un uomo di Oriana Fallaci (il perseguire i propri ideali fino alle estreme conseguenze), L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera (un asfissiante contesto politico intriso di amore, filosofia e sesso).

Nelle storie che scrivi quali sono i temi che ti stanno a cuore e su cui conti per arrivare al lettore con un messaggio specifico?

Senz’altro il disagio giovanile, che ha un suo perché antropologico in particolare nella veloce evoluzione dell’epoca contemporanea. E non solo: i vari disagi dell’età matura, che la stessa evoluzione sta acuendo di giorno in giorno, e la memoria storica, genesi di ciò che siamo e che saremo.

C’è un personaggio o una trama che hai in mente da tempo, a cui vorresti dare vita, che è ancora solo nella tua testa o magari in qualche appunto nascosto in un cassetto?

Avendo partecipato anche a diverse pubblicazioni di racconti insieme ad altri autori il numero dei personaggi con cui sono entrato in confidenza inizia a essere significativo. Vorrei dare lunga vita ai più meritevoli con nuove narrazioni di cui ho già alcune idee. Un tema che prevedo di approfondire una volta terminato il terzo romanzo della trilogia, per poter ripartire proprio da lì.

Quando scrivi qual è il lettore che t’immagini di fronte? Cosa inventi per poterlo incuriosire alla tua storia?

I testi noir e gialli sono un bel veicolo per incuriosire il lettore. In questo caso una particolare attenzione va sempre dedicata a fare in modo che l’intreccio narrativo sia all’altezza: incertezze, depistaggi, dettagli non esaltati che poi si rivelano fondamentali sono alcuni concetti da tenere ben presenti. Uno degli aspetti positivi della lettura è la possibilità di posizionarsi su piani diversi: la curiosità di arrivare alla fine, il semplice passatempo, il cimentarsi nel prevedere in anticipo come va a finire e tanto altro. Ciò che mi interessa di più è che la lettura venga usata come stimolo per ampliare la conoscenza e la riflessione personale. Il lettore può prendere spunto dalle mie narrazioni per approfondire in seguito alcuni temi trattati, per riflettere sul significato di ciò che è scritto o è nascosto dentro al testo, per discuterne con altri. Se lo farà, sarà il più bel regalo che mi può fare.

C’è chi sostiene che scrivere significa riscrivere. Sei d’accordo oppure sei geloso della stesura iniziale e fai fatica a ripensare ai tuoi personaggi o a revisionare l’intreccio?

Credo in modo profondo al lavoro di gruppo, anche se la scrittura non rientra in questa tipologia di attività. Ma rivedere ciò che hai scritto con un editor esperto da senz’altro un valore aggiunto. Oltre alla possibile revisione di note stilistiche, rende più oggettivo il tuo lavoro portando in anteprima il punto di vista del lettore esterno. Che l’autore non potrà mai avere in quanto esterno non è.

Infine, ai futuri scrittori, cosa consigli? Come si fa a tener sempre viva la capacità d’immaginare e costruire nuovi mondi?

Immaginare, sentire e provare: non siamo molto abituati a far lavorare l’emisfero destro del cervello, quello creativo. Scrivere è una buona pratica per tenerlo in movimento; ma se “inventare nuovi mondi” ci inibisce e ci blocca si può provare con qualcosa di più concreto, ad esempio un diario o il racconto di un evento. Ma sempre supportando ciò che scriviamo con ciò che proviamo dentro e che ci sentiamo di trasmettere. Last but not least, tre suggerimenti: provare, provare, provare.